I racconti dalla Locanda alla Fine dei Mondi

L'ombra del cimitero

Chi sono io? Sono il respiro degli annegati, sono un sussurro coperto dal vento, sono l’orgoglio di chi ha perso tutto, sono il rimpianto che segue ogni lutto. Ho rinnegato il mio volto e ho dimenticato il mio nome. Strappato alla mia vita, esiliato dalla mia casa, ho perso memoria delle strade che ho percorso e non ho la piu vaga idea di quali percorrerò. Domani. Non oggi. Una nuova strada va sempre intrapresa domani, perché a un domani segue sempre un altro domani. È un’idea che dà sicurezza. Si può sempre contare sui domani, saranno sempre li, anche quando non ci saremo piu. Per questo preferisco fare le cose domani. Ciò che invece farò oggi sarà la stessa cosa che ho fatto ieri, e il giorno prima di ieri, e quello prima ancora.
Chi sono io? Sono il rumore di un sogno infranto, sono il retrogusto amaro del piacere, sono la paura dei desideri, l’insensata euforia dei momenti più neri.
Neri i miei capelli, neri i miei abiti (sotto gli strati di polvere), nera la mia barba, abbandonata a se stessa, senza forma, senza un senso. Ci sono cose che sono così, semplicemente, sono. L’alba, i tramonti, le nuvole, giusto per dirne alcune. Nessuno gli ha chiesto di esserci. Non svolgono utilità, nessuno può trarne profitto. Gli alberi sono diversi, puoi procurarti il legno e farci mobili, case, steccati, oppure bruciarlo per scaldarti quando fuori si gela. Non puoi tirare fuori niente da una nuvola. Semplicemente c’è. D’accordo, c’è la questione dell’acqua ma è la nuvola che decide di lasciarla cadere. Anche le pietre hanno un senso. Ci puoi fare le statue, i pavimenti, le case... No, con questo non intendo dire che abbia un senso solo ciò con cui ci puoi fare le case, figuriamoci, io la casa nemmeno ce l’ho. Ma mi piacciono le pietre. Le pietre hanno una grande memoria. Quando scrivi qualcosa su una pietra puoi stare certo di ritrovarlo, anche fra parecchie vite, per questo usano le pietre per fare le lapidi funerarie, così la gente anche dopo parecchie vite può recuperare le proprie memorie perdute. Ed è per questo che sono in un cimitero oggi, come ieri, e il giorno prima di ieri e quello prima ancora.
Mi aggiro tra le lapidi, come un’ombra silenziosa, il mio pensiero si muove tra i nomi e le date, sinuoso come un serpente, avido di ricordi che forse non mi appartengono. Mi soffermo qualche secondo davanti a una pietra dalla forma insolita,sorrido al volto che mi fissa dalla sua foto sbiadita, poi mi giro e la vedo. Una lapide bianca, apparentemente insignificante, se non per un piccolo dettaglio: nessun nome, nessun volto, nessuna data, nessun ricordo. Come il silenzio quando è cosi intenso da far male alle orecchie, il nulla a volte è più evidente del tangibile.
Mi chino sfiorando la fredda pietra con le dita.
-Lo conoscevi?
Non riesco a capire da dove venga la voce. Per un attimo penso che sia la lapide che mi sta parlando. Come posso essere così sciocco? Nemmeno mi sfiora l’idea che, fino a un secondo prima, nel cimitero con me non c’era nessuno.
-Sai chi era?- continua la voce. È un suono sottile, pungente come il vento a dicembre ma allegro come una manciata di campanellini che rotolano giù da una collina. Mi volto e una ragazzina mi sorride, i biondi capelli raccolti in una treccia. A vederla dal basso, così, stagliata contro il sole, sembra quasi emettere luce.
-No, passavo di qui per caso. Tu lo sai?
Lei scuote la testa annuendo: -Era una brava persona.
Mi volto dall’altra parte e sospiro.Penso che sono sempre brave persone quando sono morte, ma non ho il coraggio di pensarlo guardandola in faccia. Nei suo occhi balenava una strana luce, come se in quelle parole ci credesse davvero.
-Nessuno però sapeva il suo nome- proseguì, -io ero lì quando è successo.
-Successo cosa?-ormai ero schiavo del suo incantesimo, la mia curiosità mi trascinava come un vortice negli abissi della sua storia.
-Quando hanno trovato il corpo. Proprio là, sulla strada che si vede in fondo alla collina. È stato il fornaio ad accorgersene, era mattina presto. Sono arrivati subito tutti, nei paesi piccoli ci vuole poco perché tutti sappiano tutto. Tu da dove arrivi?
-Da lontano- tagliai corto. –Come mai non c’è il suo nome?
-Non era di qui. Faceva l’autostop, ma il medico aveva detto che la causa della morte era una dose eccessiva di droghe e barbarici.
-Barbiturici, vorrai dire.
-Esatto, era quella la parola. Tutti hanno cominciato a dire che era colpa della depressione.
-Come mai allora hai detto che era una brava persona?
-Le persone depresse sono brave persone. Quando sono depressi gli artisti fanno le loro opere migliori. Quelli che non sono artisti invece hanno il buon senso di togliersi di mezzo prima di diventare delinquenti. Io da grande voglio essere depressa.
Rabbrividisco a quelle parole ma non stento a crederle.
-Tu per chi sei qui?- mi chiede all’improvviso.
-Sono qui per me, credo- poi smetto improvvisamente di parlare. Che diavolo sto facendo? Discorsi del genere ad una ragazzina che dice che da grande vuole fare la depressa? Certo, la sto mettendo sulla strada giusta.
-Anch’io- sospira lei,interrompendo i miei pensieri.
-Anche tu sei qui per te?
-In un certo senso- sussurra, dondolandosi sui tacchi –ma anche per te.
Non so se ridere o preoccuparmi. Per me? Il discorso sta prendendo una strana piega e la ragazzina inizia a mostrarsi imbarazzata, come se temesse di aver detto qualcosa di male.
-Beh- mormora impacciata –io credevo... io speravo...- e di colpo le si riempiono gli occhi di lacrime.
-Via piccola, non fare cosi- non sono mai stato bravo a tranquillizzare i bambini. In linea di massima li odio i bambini. Ogni volta che vedo un bambino penso a Clara. Ripenso a quando ci siamo conosciuti, al suo sorriso quel giorno al lago quando le chiesi di essere la mia ragazza, alle lacrime di gioia che le rigavano il volto il giorno del matrimonio e a quelle scure e cariche di rabbia di quando se ne andò di casa. Il fatto che io non volessi figli era un’ombra che fin da subito si era stagliata sulla nostra relazione. Sperava che sarei cambiato. Anch’io speravo che sarei cambiato, ma non è stato cosi.
La ragazzina tira ancora su col naso ma con mio grande sollievo noto che un po’ le è passata.
-Scusa- singhiozza ancora –non volevo farti arrabbiare.
-Ma non mi sono arrabbiato, piccola- le rispondo, accarezzandole la testa.
-Sei una ragazzina strana lo sai?
-Si- mormora avvilita –me lo hanno sempre detto tutti. A te hanno mai detto che sei strano?
-Certo, è da una vita che non fanno altro che ripetermelo- Ed è vero. A volte pare che la preoccupazione più grande della gente sia che tu possa dimenticarti dei tuoi difetti, cosi tutti si prendono la briga di ricordarteli ad intervalli regolari. Non presti mai attenzione ai dettagli. Sei sbadato. Sei egoista. Sei strano. Mai qualcuno che ti dica “sei diverso da me, non è fantastico?”, no, al più ti dicono “sei strano” e devi dedurre in base al livello di contorsione del loro volto se la cosa può avere una minima sfaccettatura positiva o se si tratta del solito insulto ad alto contenuto di bile. E Dio fece l’uomo a sua immagine e somiglianza. E l’uomo si lamentò perché gli altri uomini non erano a sua immagine e somiglianza. E gli altri uomini crearono altri dei, a loro immagine e somiglianza. E le guerre sante portarono all’estinzione della razza umana. Certo, se la Bibbia l’avessi scritta io sarebbe stata decisamente più avvincente. E molto più corta.
-Credi che la vita abbia un senso anche cosi?- mi chiede la piccola.
Non le rispondo subito, dovrei pensarci. Vita e senso mi sembrano parole con significati diametralmente opposti.
-Non lo so- taglio corto –io ormai una vita non ce l’ho piu.
-Non mi sembra- risponde lei con un tiepido sorriso –di vita davanti ne hai ancora.
-Si vede che è quella dietro che mi manca- ed in effetti è proprio così. Stanco di tutto l’ho accartocciata come un giornale vecchio e me ne sono liberato. Da allora ci sono solo molti ieri, tutti uguali tra loro. E nessun domani. Di colpo dimentico con chi sto parlando e le parole iniziano a uscirmi di bocca senza alcun freno.
-Non so nemmeno io cosa spero di trovare girando per i cimiteri. Forse mi consola vedere che tutte le vite prima o poi finiscono. Forse mi diverto a immaginare cosa farei io se riprendessi le loro vite da dove le hanno lasciate. È triste, se pensi che non riesco a riprendere la mia.
-Posso farlo io per te. É inutile che ti porti appresso qualcosa che non vuoi. Non la vuoi, vero?
Stavolta non ho bisogno di pensarci.
-No, non la voglio. È tua.
La bambina sorride felice, salta di gioia e si lascia cadere sulle ginocchia proprio davanti alla lapide cominciando a scavare la terra con le mani, come dovesse costruire un castello di sabbia.
Mi chino e l’aiuto, senza rovinare quel momento con inutili parole. Appena la buca è abbastanza grande mi ci siedo dentro e aspetto che la piccola mi ricopra. La terra tiepida mi avvolge nel suo piacevole abbraccio e un odore simile a quello del muschio pervade le mie narici. Quando solo la mia testa è rimasta scoperta la ragazzina mi chiede il mio nome.
-Ha importanza?- le domando.
-Certo- risponde lei, -se ricapiti di qui devi poter capire dove si trova il tuo passato.
Le sorrido e glie lo dico, poi chiudo gli occhi, in attesa che la soffice carezza della terra si posi sul mio volto e mentre il respiro si fa esile, prima di svanire, sento le sue unghie sulla pietra lasciare l’eterno e indelebile ricordo del mio nome.

I commenti degli utenti di neilgaimania

Irek14-02-2009 alle 08:58

Conturbante e appassionante. Si lascia leggere tutto d'un fiato fino ad un finale dal sapore un pò delirante che esalta ancora di più la natura dei personaggi. Semplicemente sublime. Bravo

Devil14-02-2009 alle 14:33

Ottimo lavoro. E benvenuto!

Macabro e sorprendente, complimenti!

I dati del racconto

  • Racconto

    del 13-02-2009

  • Autore del racconto

    winterlow

  • Il racconto è stato commentato

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    11678 volte

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