I racconti dalla Locanda alla Fine dei Mondi

Given to fly

Vedder si risvegliò solo, infreddolito e con chiazze di fango su tutto il corpo. Un pantalone a brandelli e una camicia squarciata era tutto ciò che possedeva per ripararsi dal forte vento che raggelava le ossa.
Davanti a sé, un inquietante portone imponente, incastonato nella roccia. La sua superficie nera, senza serratura, al tocco liscia e fredda, fece ritrarre di scatto le sue dita che portò pian piano tra i suoi lunghi capelli nocciola che in quei momenti coprivano la sua confusione.
Non ricordava come fosse finito lì e nemmeno come si fosse procurato quella ferita dietro la nuca che macchiava di scarlatto la sua folta chioma.
Ai suoi fianchi si ergevano due mura altissime, fatte di pietra viva e vicinissime tra loro, andando a formare uno strettissimo corridoio di cui non si riusciva ad intravedere la fine.
Pietre aguzze e appuntite erano disseminate sotto i suoi nudi piedi, tra il terriccio umido su cui si era svegliato.
D’istinto si incamminò lasciandosi alle spalle la porta, ma le claustrofobiche mura non gli permettevano di volgere i suoi occhi al cielo: man mano che avanzava la sua ansia si fece sempre più viva, il respiro affannoso e pesante e Vedder, preso dal panico, iniziò a correre cercando di raggiungere un’improbabile via d’uscita. Nonostante il dolore lancinante ai piedi, corse per più di un’ora senza che lo scenario intorno a lui si modificasse minimamente. Prese le stesse pietre che fino a quel momento avevano dilaniato i suoi piedi e, ferendosi ripetutamente le mani, iniziò a conficcarle con tutta la sua forza nelle mura, riuscendo così ad avvicinare i suoi occhi al cielo e raggiungendo infine la cima.
Era notte fonda. Non c’erano nuvole e le stelle brillavano più del solito quando pian piano, un po’ alla volta un piccolissimo puntino rosso arancio iniziò ad espandersi sempre di più, fino a chiudersi in un cerchio perfetto: vide così una bellissima luna rossa, una luna nuova, stampata come una effige sul manto del cosmo, il frutto dell’eclissi iniziata poche ore prima.
In un istante il ricordo di Faye lo colpì allo stomaco, poi, nell’istante successivo, ricordò tutto…

[…]

Yield era una città come tante, con le sue case, la sua gente, le sue regole. Ad una prima occhiata sembrava una città normale, perfetta, ma ad uno sguardo più attento, nascosto dietro l’idilliaca facciata si estendeva un realtà fatto di valori vuoti, falsi, e tanta, tanta ipocrisia. Ci abitava il tipo di persone, tanto per intenderci, che pagava per sentirsi raccontare una storia fittizia, si commuoveva di fronte alle difficoltà di un ipotetico barbone che arrancava tra mille difficoltà alla ricerca di un po’ di felicità, e alla fine, tornando a casa, facevano finta di non guardare o addirittura guardavano con schifo mal celato il bisognoso fuori le scale della propria abitazione.
Vedder era da sempre cresciuto lì. Dei suoi genitori possedeva solo una vecchia foto scattata prima ancora che lui nascesse, che li ritraeva come due giovani amanti felici, persi l’uno nell’altro: nessuno gli aveva detto mai, però, come si fossero incontrati; nessuno aveva osato raccontargli mai come fossero morti e soprattutto perché.
Da che lui aveva memoria, era sempre stato evitato come un appestato, guardato come fosse stato il figlio dell’unione del male, e lui non riusciva a capire se la sua personalità lo aveva portato all’essere isolato o se questo isolamento imposto era la causa del suo modo di essere. Resta di fatto che, senza amici, Vedder trascorreva le sue giornate a leggere i vecchi libri nella biblioteca in disuso: aveva creato lì il suo sancta sanctorum, il suo spazio vitale dove poter esprimersi liberamente ed essere lasciato in pace.
Ogni abitante di Yield aveva smesso di leggere da un pezzo quelle stesse pagine ingiallite che avevano fatto di Vedder quello che era, un groviglio di passioni e innocenza difficile da districare.
Quegli scritti avevano nutrito il suo sensibile animo e gli avevano permesso di distinguere la differenza sostanziale tra le emozioni che provava lui e l’amore “di facciata” o “di convenienza”, unici tipi d’amore ancora concessi in paese, e trasmessi di generazione in generazione più che con leggi scritte, con semplici e automatici gesti quotidiani, fatta eccezione dell’amore che potevi “comprare” con un po’ di denaro.
Con il tempo Vedder iniziò a comporre pian piano nobili versetti e ballate romantiche, complice anche l’arrivo nella sua vita di Faye, attratta da lui come una falena dalle fiamme di un fuoco che divampò poco alla volta fra i due giovani.
Nascosta dalle ombre della notte, Faye si recava sulla collina dove si ergeva la vecchia biblioteca e così fu anche in quella notte speciale. Aveva preparato dei dolci e, nel mangiarli con lui, le era rimasta della panna intorno alle sue splendide labbra rosse. Vedder la abbracciò, sorrise e senza dire nulla raccolse tutto con la sua lingua, sfiorò le sue labbra, i suoi denti per poi incontrare il morbido sapore della lingua di lei in un dolce massaggio.
Quella stessa notte, distesi sopra un profumatissimo prato verde e sotto una cupola di stelle lontane, Vedder lasciò in Faye il seme del suo amore.
La notte successiva, al bagliore di una luna piena dal colore rosso arancio, un manipolo di persone armati di torce e di cattive intenzioni salirono sulla collina e circondarono il giovane Vedder. Il padre di Faye, con ancora i vestiti addosso tinti di sangue, sbraitò, e con gli occhi di fuori urlò: “Bastardo assassino! Mi hai costretto tu a farlo… È tutta colpa tua!”. E mentre lo trascinavano via, continuò: “Sei il frutto di due rifiuti ribelli, bastardo… e come tale devi essere trattato!”. Poi svanì nella folla.
Un tipo con una tunica sacrale gli si avvicinò e proferì pesanti e insensate accuse, tutte accompagnate dagli sputi e dagli insulti degli altri che lo trattenevano cercando di immobilizzarlo. Sentì il tipo concludere la sua omelia: “Potevi vivere con noi, potevi vivere come noi, potevi essere in sintonia con noi, ragazzo, ma hai decisamente stonato!”. Lo guardò diritto negli occhi e continuò: “Sarai chiuso fuori dalle mura della città ed espierai i tuoi peccati”.
Fu colpito alla nuca, ma di spalle non riuscì a vedere il suo assalitore. Cadde a terra. “Portatelo al Labirinto!” udì, e con la mente annebbiata dal dolore e dalla rabbia, vide pezzetti di luna rossa scomparire un po’ alla volta.
Poi…il nulla.

[…]

Emise un lungo e straziante urlo e poi si accasciò sulla sabbia, stremato, vicino la riva del mare. Non aveva più lacrime in corpo, né fiato in gola. Aveva corso per centinaia di miglia senza fermarsi e senza voltarsi indietro: con il solo ricordo di quella notte che gli pulsava nelle vene, aveva pianto Faye con tutte le sue forze, con tutto sé stesso.
L’odore di sabbia bagnata gli pervase la mente e il dolore fisico iniziò a svanire lentamente. Vedder chiuse gli occhi e si abbandonò, desiderando solo la morte.
L’immagine di Faye si fece strada pian piano dal suo cuore.
Innocenti occhi nocciola che specchiavano il suo amore per lei…
un candido profumo di gelsomino che la accompagnava…
fili di seta dorata tessuti in una trama perfetta, gli sfioravano le guance accarezzandole il viso…
soffici mani calde si sfiorarono in un delicato abbraccio…
il sapore dei suoi sogni dissolto in un semplice bacio.
Poi un alito di vento gli sussurrò le ultime parole di lei: “Non cambiare mai da come sei…” e infine, ripetuto all’infinito, un tristissimo: “…Ti amerò per sempre”.
Non saprei dire per quanto tempo sognò, ma immagino che fu un sogno dolce, tridimensionale, vero, vivissimo, che calmò lo spirito di Vedder e gli donò pace.
Poi, senza preavviso, un’onda di acqua fredda e salata lo travolse colpendolo al volto come un pugno e provocandogli un brusco risveglio. Di scatto si drizzò in piedi, si guardò intorno e fu colto dalla sorpresa. Due grandi ali bianche, robuste, spuntavano dalla sua schiena. Con i piedi ancora nell’acqua le spiegò in tutto il suo splendore e sollevò le braccia al cielo, quasi a voler ringraziare Faye di quest’ultimo dono.
Poi si alzò in volo e, con il vento che gli accarezzava la pelle, pianse di nuovo. Questa volta, però, sapeva cosa fare: sapeva cosa avrebbe voluto Faye, sapeva che doveva condividere con gli altri uomini l’amore e la libertà che aveva condiviso con lei. Non si sarebbe mai più innamorato, almeno per altre cento milioni di vite, di questo ne era certo, ma poteva mostrare agli altri la chiave dei catenacci che imprigionavano i loro cuori, le loro anime, le loro essenze.
Attraversò il mare e giunse sulla riva opposta: volava basso per incontrare altri uomini e si imbattette nel pianto disperato di Mike, un bambino caduto in un fossato senza possibilità di uscirne. Lo aiutò mostrandogli un dolce sorriso e il bimbo trasformò le sue lacrime in meraviglia alla vista di quello splendido angelo giunto dal cielo a soccorrerlo.
Nei giorni successivi, Mike incontrò di nascosto il suo nuovo amico. Gli procurò del cibo e gli donò delle vesti delicate e sobrie. Per ore e ore, seduti entrambi sul ciglio di un fiume, i due si scambiarono molto più che semplici parole e Vedder mostrò al giovane come era possibile strappare le catene che imbrigliavano il suo amore.
Improvvisamente una pietra lo colpì alla tempia, tramortendolo. Stramazzò al suolo.
Riprese i sensi un po’ dopo, tra i lamenti familiari di un bambino in lontananza e un vociare indistinto. Percepì i singhiozzi di Mike che dicevano: “Non mi ha fatto niente…lasciatelo andare!”; aprì lentamente gli occhi e vide delle sagome, degli uomini che gli giravano intorno, con brandelli delle sue vesti tra le dita. Il suo stesso sangue era colato fino agli occhi: bruciava come il fuoco e non gli permise di riconoscere i volti dei suoi assalitori.
Tentò di parlare, ma al minimo movimento si sentì pugnalato alla spalla. Risate e applausi lo investirono mentre lungo il braccio iniziò a sgorgare un liquido caldo e rosso.
Poi fu la volta dell’ala destra, trapassata e recisa quasi per intero. Urla di incitamento coronarono la scena. Vedder chiuse gli occhi. Non sentiva più dolore…il suo ultimo respiro fu accompagnato da una fitta al cuore. La fredda lama penetrò per intero, mentre un rivolo di sangue fiottò dalle labbra macchiandogli il mento e la barba.
Così come erano arrivati, gli uomini senza volto se ne andarono lasciando il coltello in mezzo al suo petto.
L’ultima immagine che vide Vedder fu quella di Faye nel primissimo istante in cui l’aveva incontrata, il giorno in cui la realtà che si stagliava di fronte incontrò i suoi desideri più preziosi, più intimi.
Abbozzò un sorriso.
Poi…il nulla.

[…]

Giorni dopo, un bambino un po’ più maturo riuscì a sgattaiolare via dal villaggio e corse sulle rive del fiume. Trovò rocce e piume sporche di sangue e il coltello poco distante, ma di Vedder nessuna traccia.
Alzò d’istinto gli occhi al cielo e vide uno strano punto sparire tra le nuvole.
Sorrise.
Pensò a un uomo che dà il suo amore, che ancora lo regala…
E che riceve amore…
Un essere umano a cui è stato concesso di volare…


Fine


Liberamente ispirata alla canzone “Given to fly” dei Pearl Jam.

I commenti degli utenti di neilgaimania

Devil11-03-2007 alle 19:15

Il racconto è davvero emozioanante e molto sentito... L'ho letto ascoltando la canzone dei Pearl Jam a cui è ispirata e devo dire che il suo incedere un po' malinconico si abbinava perfettamente alle tue parole!

Complimenti!

dunstan21-03-2009 alle 15:20

Bel racconto complimenti!!

kiaretta07-08-2009 alle 15:42

bellissimo....mi ha ftt commuovere.....

I dati del racconto

  • Racconto

    del 06-03-2007

  • Autore del racconto

    Straczynski

  • Il racconto è stato commentato

    3 volte

  • Il racconto è stato letto

    20246 volte

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